Blood Shift

Il Corpo Umano risente in maniera notevole dell’immersione in apnea, modificando alcuni aspetti fisiologici con le variazioni della pressione. Questi adattamenti consentono all’uomo immerso di raggiungere in apnea delle profondità che sino al 1950 erano ritenute impossibili per la presunta convinzione di uno schiacciamento toracico e implosione dei polmoni una volta superati i 30 metri. I record di immersione di quei tempi, dimostrarono che non era vero perché venne addirittura superata la barriera dei 40 metri, ma in realtà già molto tempo prima, un pescatore di spugne greco, di nome Georghius Haggi Statti aveva stabilito un record d’immersione in apnea per recuperare l’ancora di una nave da guerra della Marina Italiana, alla profondità di –77 metri.

 

Era il 4 Agosto 1913 e la corazzata «Regina Margherita» durante le operazioni di ancoraggio nella baia di Pegadia, nel mare Egeo, aveva perso l’ancora a quella profondità. Giunta la notizia sull’isola, si presentò un pescatore di spugne che il medico di bordo descrive così:

«Si evidenzia un notevole enfisema polmonare. I toni del cuore si percepiscono lontani, ma regolari. Funzione uditiva ridotta per mancanza assoluta di una delle membrane del timpano. Invitato a trattenere il respiro nell'ambiente ordinario raggiunge appena i 40 secondi, mentre nelle operazioni di recupero subacqueo invece si è trattenuto sott'acqua fino a 3,30 minuti».

statti

Il pescatore di spugne riescì nell’impresa al quarto giorno dopo una serie di immersioni tra i 60 e gli 84 metri, raggiungendo l’ancora con l’aiuto di una pietra di 15 Kg legata ad una cima, che chiamava “Skandalopetra” e così riuscì a collegare la cima all’ancora per il recupero.

Nel 1956 a Rapallo, Falco e Novelli conquistarono il nuovo primato di immersione in apnea con 41 metri. La notizia di questo record frantumò le convinzioni scientifiche della fisiologia subacquea e ci fu la rincorsa verso nuovi studi che portarono alla soluzione. Si tratta di un fenomeno di «compensazione spontanea» che l’apparato cardiocircolatorio mette in atto per fronteggiare l’aumento della pressione idrostatica e che prende il nome appunto di “Blood Shift o Spostamento Ematico”.

blood shift 01

Viene chiamato anche “emocompensazione”, e consiste nello spostamento del sangue dalle zone periferiche del corpo (mani, braccia, piedi, gambe) al tronco. Infatti l’aumento della pressione sulla superficie del corpo che si verifica con l’aumentare della profondità – comporta un aumento del ritorno ematico venoso al cuore destro (in discesa sul fondo) a cui consegue lo spostamento di un notevole quantitativo di sangue verso le arterie centrali che irrorano gli organi più importanti per l’economia dell’organismo (cervello, cuore e polmoni), in modo da garantire al massimo la riserva di ossigeno. contemporaneamente si osserva un aumento del flusso sanguigno dagli organi periferici alla cassa toracica, per evitare così il grave rischio dell’effetto-schiacciamento, dovuto alla pressione idrostatica che è aumentata mentre diminuisce il volume dei polmoni. Già nella semplice immersione del corpo a poca profondità, la pressione sul torace provoca un aumento del ritorno venoso, che ha delle ripercussioni sull’attività cardiaca in quanto porta ad un parziale aumento del lavoro del cuore. Queste modificazioni della circolazione, che portano a una maggiore irrorazione dei territori polmonari, sono in pratica un meccanismo di compensazione all’aumento della pressione idrostatica sulla cassa toracica e sui polmoni. Infatti il sangue, essendo un liquido, è fisicamente incomprimibile, per cui sostituendosi ai volumi gassosi, ridotti per azione della pressione (legge di Boyle), si contrappone all’effetto della pressione idrostatica esterna.

 

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