I Pesci Provano Dolore?

Prima di rispondere alla domanda se i pesci sentono dolore, si deve distinguere fra i termini "dolore" e "sofferenza". Per dolore si intende lo stimolo nervoso scaturito dal danno subito, mentre per sofferenza si intende l'alterazione dello stato psicologico e comportamentale che permane dopo il danno subito.

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I pesci provano dolore?

Si, i pesci, come tutti gli animali sentono dolore, in quanto dotati anche loro dei nervi preposti, ma per varie ragioni come il fatto di essere animali a sangue freddo hanno una percezione del dolore differente. Nelle loro reazioni, non incide solo il dolore, ma anche la reazione di fuga, dovuta alla consapevolezza di qualcosa di anomalo.

I pesci provano sofferenza?

Esistono numerosi studi che dimostrano anomalie del comportamento dopo uno stimolo doloroso, come l'interruzione di qualsiasi attività nutritiva o la coda che si muove senza propulsione. Sono stati osservati anche dei cambiamenti a livello neurologico. Tutto ciò dà prova che i pesci sono in grado di comprendere lo stato fisiologico del proprio corpo e di capire quali esperienze siano da evitare.

In controtendenza Robert Arlinghaus dell'istituto Leibniz di ecologia dell'università Humboldt di Berlino, dopo avere coordinato gli studi di un folto gruppo di ricercatori mondiale, ha concluso che «i pesci non sono dotati delle necessarie strutture neuro-fisiologiche in grado di permettere la percezione del dolore, almeno secondo i criteri applicati ai mammiferi e altre classi di animali». La conclusione dei ricercatori discende dal fatto che i pesci non sono paragonabili agli esseri umani in termini di anatomia e fisiologia. A differenza dei mammiferi umani, i pesci non possiedono una neocorteccia cerebrale, che è il primo indicatore per quanto riguarda la consapevolezza del dolore percepito. Inoltre, alcune fibre nervose dei mammiferi (note come c-nocicettori) mancano in tutti i pesci cartilaginei oggetto di studio, come gli squali, nonché nella quasi totalità di pesci comuni.

I modi differenti di esprimere il dolore, la sofferenza, la fuga o la percezione del pericolo è cruciale in ogni organismo, anche perché molte strategie prese da un animale sono soprattutto istintive, ma senza dubbio hanno anche una parte di coscienza. Il pesce ha paura, ma non come la immaginiamo noi umani, infatti ha reazioni diverse dalle nostre verso il pericolo. Ad esempio, nel caso dei pesci, quando si avvicina un predatore, se arriva deciso, i piccoli pesci che sono le prede, fuggono in modo evidente, perché lo associano al pericolo, ma se si avvicina lento e quindi non aggressivo, lo lasciano entrare in mezzo a loro senza fuggire, ovvero sembra che percepiscono una situazione di assenza di pericolo. Noi umani se vediamo un predatore lento o aggressivo tendiamo in entrambi i casi a fuggire e nasconderci perché elaboriamo mentalmente il pericolo, ma abbiamo abitudini di vita differenti in un ambiente troppo diverso.

ANTROPOMORFISMO:

C’è da valutare che per molto tempo, l'uomo credeva che i pesci non provassero né dolore né sofferenza, ma la risposta con molta probabilità è da ricercare in un meccanismo psicologico chiamato "antropomorfismo". Questo processo psicologico che è anche alla base dell'empatia, ha un bias: le persone tendono a creare empatia con animali che hanno determinate reazioni più simili all’essere umano, le quali incidono gesticolazioni e suoni (come le espressioni facciali, le urla i gesti di affetto ecc) mentre gruppi di organismi (come i pesci e gli insetti ad esempio) che sono molto diversi d'aspetto, non hanno espressioni facciali e non gesticolano come i mammiferi, per cui non vengono empatizzati, quindi riconosciuti come incapaci di sentire dolore. 

In conclusione è evidente che ancora non sia chiaro quanto i pesci provano dolore o sofferenza. Abbiamo quindi riportato riflessioni differenti sia per fornire spiegazioni, ma anche per dimostrare come sia un campo ancora da approfondire. Inoltre è importante non dimenticare che per comprendere il mondo di un altro animale si deve uscire dai propri confini mentali ed espandere l’orizzonte delle valutazioni e purtroppo risulta difficile farlo. Molte persone infatti si autoconvincono in base ai propri schemi mentali che sono un processo psicologico chiamato appunto antropomorfismo, ovvero l'attribuzione di stati emotivi e mentali umani su animali e oggetti. Questo fenomeno può limitare molto la comprensione della vita di un’altra specie con abitudini e comportamenti differenti, quindi capire la sofferenza di un altro essere vivente presuppone mettere in discussione concetti che per molto tempo si sono dati per scontati"

 

Articolo realizzato con la collaborazione del Dott. Stefano Guerrini laureato in scienze ambientali e naturali - esperto di animali e natura

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Stefano Guerrini

 

 

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