Il grande samurai

Da campione longevo a Direttore Tecnico della nazionale. Oggi product manager di una delle maggiori aziende di settore ma anche istruttore, autore, scrittore, web-writer, fotosub e videomaker. Marco Bardi è un pò l’emblema della moderna Pesca in apnea e della sua divulgazione, un esempio di appassionata dedizione alla disciplina. Come quando si prese la sua rivalsa sull’incidente che l’aveva brutalmente sottratto all’agonismo, tornando a vivere e perfino a vincere. Ecco il profilo di un autentico lottatore a cura di Romano Barluzzi (foto Mario Genovesi)

Marco, c’incontrammo a un convegno di subacquea. Eri già in pubblico ad una settimana dall’incidente, e mostrasti il coraggio di raccontare ai presenti, senza risparmio di particolari, quanto era successo. «Certo, credo proprio di sì ... Non ho avuto paura di raccontare com’era andata, anzi ritenni importante poter far sapere cos’era accaduto giovando agli altri. Se penso che una mia esperienza possa servire a un altro per fare meglio, o per evitare errori, specie in fatto di sicurezza, la metto a disposizione senza riserve.»

Cosa ti ricordi maggiormente di quei momenti? «L’aver realizzato in un istante un’intera epoca di successi agonistici, con essi un intera impostazione di prospettive, non avrebbe più potuto esistere ... era finita in quel momento …  un doloroso sul futuro, improvviso e in quell’attimo – senza appello!»

E’ vero che non fosti tu ad accorgerti che stavi male ma il tuo assistente? «Non solo se ne accorse lui, ma fu determinante per convincermi che dovevo fermarmi subito. Il fatto avvenne nella quinta ora di gara, in terza giornata, mentre avevo risalito posizioni dopo un inizio negativo. Avevo ormai buone prospettive, se non di podio, almeno di avvicinarmi il più possibile. Si trattava dei Campionati italiani assoluti (del 2001, in Giugno, a Terrasini – ndr), ero talmente preso dalla competizione che volevo addirittura spostarmi subito in un posto con maggior fondale. I modi calmi di Corrado, in quel momento, si scontravano con la mia fretta. Mi dava fastidio, non capivo e non tolleravo quel suo volermi avvertire che stavo male, che mi vedeva strano, che dovevo tranquillizzarmi e fidarmi di lui ... Però colsi qualcosa nel suo sguardo, un tratto di determinazione che, unitamente alla consapevolezza che avevo della sua esperienza e sensibilità, d’improvviso mi riportò in me …»

Che successe dopo? «Allarme, assistenza e soccorso a terra, prime cure sul posto, trasporto in ambulanza all’ospedale di Palermo ... Una fase, questa – te lo dico subito – su cui almeno qui preferirei sorvolare. Fatto sta che a un certo punto firmai per uscire e poche ore dopo ero di nuovo in trattamento iperbarico – quello che poi si protrasse per giorni e in maniera risolutiva – con diagnosi di accesso e terapia corrispondenti a quelli di una MDD di tipo neurologica!»

Che tradotto sta per? «Una forma grave. Avevo segni di lato, cioè emiparesi ed emiplegia, su tutto il lato destro del corpo: non lo muovevo più... Del resto già all’uscita dall’acqua la primissima descrizione del mio assistente era stata “hai la bocca storta e lo sguardo deviato di lato”... Poi il quadro era andato peggiorando, estendendosi agli arti… braccio e gamba di destra standome standomene soltanto a galla, limitandomi a fare l’aspetto in superficie: era il bisogno d’impugnare ancora il fucile, ma – pur essendo sempre stato un profondista – sperimentai così enormi soddisfazioni pescatorie anche in acqua bassa... una vera scoperta. Sei mesi più tardi toccò all’apnea, provando l’emozione unica di farlo di nuovo per la prima volta. Per l’apnea più profonda c’è voluto invece un anno… e per sentirmi di nuovo del tutto a mio agio in ogni circostanza pure di più! Comunque, a due anni dall’incidente, tornai anche alla prima gara, seppur di circuito non ufficiale: la Champions league, in Grecia. Che negli anni successivi ho poi vinto nel 2004 e altre due volte sono salito sul podio»

Col senno del poi, a cosa attribuisci maggiormente il tuo incidente? «E’ veramente difficile dirlo, anche considerando che, come sai, ci sono differenti orientamenti in campo medico sulla genesi di certi fenomeni. Però, a prescindere da questo, e uscendo dal “medichese”, l’aver trascurato alcuni sintomi premonitori invece di ritenerli avvisaglie (come per esempio una strana cefalea del giorno prima), poi il ritmo davvero forsennato su cui avevo impostato la gara (non fosse altro per quel senso di “competizione nella competizione” che scattò per l’essermi trovato durante tutta la gara gomito a gomito coi concorrenti più forti dell’epoca) ma, ne sono convinto, soprattutto una profonda disidratazione – contrariamente a ciò che predicavo e facevo di solito, non m’ero fermato nemmeno quei pochi secondi sufficienti per bere – credo abbiano senz’altro voluto dire la loro come concause determinanti!».

Si potrebbe affermare che i regolamenti federali del tempo rispetto a quelli di oggi non fossero in grado di scongiurare simili fenomeni, anzi in qualche modo ne aumentassero la probabilità? «Questa è una domanda subdola, la cui risposta può prestarsi a tante interpretazioni. Non la metterei in questi termini. Il fatto che oggi si gareggi su due giornate invece di tre, siamo sicuri che riduca lo stress di gara? O piuttosto che lo stress possa perfino aumentare proprio per il fatto di avere una giornata in meno a disposizione? E l’avere un minor tempo pre-gara per studiare il campo non potrebbe preoccupare di più anziché di meno? Che dire poi dell’impegno fisico-atletico necessario, se oggi ci si può spostare solo a pinne tra un punto di gara e l’altro? E’ davvero diminuito? Forse a quel tempo si tendeva ormai a un eccessivo superamento di limiti mai toccati in precedenza: infatti un episodio analogo era successo anche a Renzo Mazzarri che, non a caso, si allenava e gareggiava da del mondo qual era. Però voglio rimarcare che dei fattori pur lodevolmente introdotti con i nuovi regolamenti, di per sé, non è una panacea magica e può sempre considerarsi compensato dalla classica “altra faccia della medaglia”. Non a caso infatti queste tipologie di problematiche sono cresciute negli ultimi anni, ma non credo che dei regolamenti, anzi sono convinto si tratti proprio periodo di assestamento, in cui gli atleti per entrare contatto con questa realtà ci devono sbattere la testa! Proprio come ho fatto io! Credo che la soluzione stia adeguata preparazione psicofisica all’agonismo modo in cui ci si comporta in gara, a prescindere regolamenti: e che il criterio guida, sia della preparazione sia della condotta, venga sempre improntato prioritariamente alla sicurezza personale.»Come si reagisce a una batosta così?  Una ricetta magica e forse ogni caso dell’altro. Nel mio, mentre lì per lì credevo alle espressioni di consolazione arrivavano, in seguito si sono rivelate profetiche le parole di un amico pescatore, che mi disse semplicemente: ti conosco, tu sai adattarti, so che modificherai il tuo essere al punto da trovarne un altro, diverso ma altrettanto soddisfacente, per occuparti ancora delle stesse cose occupavi prima”. Poi vero che questa previsione s’incontrò in effetti col mio sempre predisposto in Fatto sta che è andata così...»

Il Tuo primo libro (quel “Manuale apnea”, Editrice Olimpia, rivelatosi poi un grande successo editoriale di settore – ndr) nacque lì, così? «Appunto. Diciamo che ci fu la spinta giusta. E di certo scriverlo mi aiutò in quella reimpostazione dell’esistenza che poi mi ha regalato enormi soddisfazioni ... Anche se al momento non avrei creduto. Sai com’è, quando si pensa di scrivere, prima non ci si decide mai a metter giù la parola d’inizio, poi la stessa cosa avviene con la parola fine … Però qualcuno mi citò una massima di Miyamoto Musashi, il Samurai scrittore, autore de “il Libro dei 5 anelli” sui valori dell’arte del combattimento: “…alla fine intinsi il pennello nell’inchiostro e cominciai!”. Voleva dire “scrivi e basta, senza preoccuparti di altro … fallo senza più pensare”. Un atteggiamento mentale che in fondo mi si attaglia perfettamente. La riflessione ci vuole per raggiungere l’equilibrio, poi occorre la determinazione di agire e di arrivare fino in fondo. Inoltre, il vero Samurai combatte con la spada corta perché l’avversario si sente in vantaggio con la sua lunga spada, ma alla fine è proprio nell’apparente svantaggio che c’è il vero significato della sfida, ovvero la capacità di sfruttare quello di cui si dispone.»

Addirittura poi tornasti alle gare ufficiali, e fu per vincere … «Si, ma in realtà si trattò piuttosto dell’ultimo atto di una ripresa globale, la conferma di qualcosa che era già avvenuta interiormente: l’essermi riappropriato di un modo di vivere mio … Infatti, non che ne avessi davvero più bisogno, della gara, diciamo semmai che mi piacque togliermi anche quella soddisfazione. Che fu doppia proprio perché non provavo la stessa tensione  agonistica verso il risultato come in precedenza, sembrava invece più un gioco. E così, anzi forse proprio grazie a questo, mi ritrovai a vincere il Campionato italiano di Pesca in apnea a squadre del 2007, ed è stato proprio in quella occasione che ho deciso di chiudere con le competizioni, con la stupenda soddisfazione di essere stato io questa volta a scegliere!»

Tanto la gara resta nella vita stessa di tutti i giorni … A proposito, come fai a districarti tra tutti gli impegni che hai, tra produzione, promozione, divulgazione, didattica, ecc? «Sinceramente, non lo so. Però ci riesco. Credo che molto dipenda dalla capacità che ho sviluppato di organizzarmi, di pianificare … Poi, anche in campo lavorativo, subentra soprattutto un livello tale di determinazione da permettermi la riuscita, pure nei periodi o nei frangenti più difficili. Ma non vedo granché di straordinario in tutto ciò, moltissimi lo fanno, io semmai ho in più l’opportunità facilitante di potermi continuare a occupare anche professionalmente di mare e di pesca in apnea … le mie più grandi passioni!»

Licenza di pesca in apnea obbligatoria per tutti … che ne dici? Condividi il principio del “contarsi per contare”? «Non è che non lo condivida: è chiaro che se fossimo davvero in tanti il vantaggio di avere una rappresentanza di settore consistente e in qualche modo “certificabile” ci sarebbe eccome. Però mi domando: e se invece scoprissimo di non essere poi così numerosi come spereremmo? Che succederebbe? In quel caso, non sarebbe forse meglio che nemmeno si sapesse, come in fondo avviene ora? Ecco, non per contrarietà di principio, ma mi pare un dubbio che sia opportuno porsi per tempo. Pertanto credo che prima si dovrebbe fare una indagine seria sul numero potenziale di licenze ottenibile, poi decidere sul da farsi. Oltre a questo sarebbe indispensabile unirsi a tutte le categorie di pescatori sportivi proprio per tutelare l’intera disciplina della pesca sportiva.»

Marco, segno zodiacale? «Bilancia, nato il 15 ottobre 1962»

Colore preferito? «Il blu, naturalmente …»

Cosa non sopporti della gente? «Sinceramente quello che più mi da fastidio in questi ultimi anni è la crescente voglia di conformarsi, pochi hanno una loro identità mentre quasi tutti cercano di essere uno dei tanti. Ci facciamo manipolare e raramente trovo persone che mostrano una loro spiccata identità, nel bene o nel male.»

Cosa apprezzi di più in una persona? «I principi di vita. Forse sarò antiquato ma ancora credo nella stretta di mano, nell’onestà, nell’orgoglio e sono fermamente convinto che senza queste doti si è solo un insignificante numero in mezzo ad una marea di puntini nell’immenso universo.»

Preda, posto e tecnica del cuore (nella pesca, s’intende …)? «Preda difficile, qualunque sia, fortemente voluta dopo giornate andate a vuoto. Un esempio? Un dentice di 6 kg dopo numerose uscite andate a vuoto per via delle condizioni negative. Insistendo si trova l’attimo in cui tutto cambia e la grossa preda è possibile. Non ho mai mollato e ad un certo punto quando sembra che non ci sia più speranza, un aspetto curato nei minimi dettagli, porta a tiro l’occasione. Si concretizza la cattura, dando un vero significato alla sfida. Il merito c’è tutto. Odio la cattura facile!»

Altri sport praticati? «Judo, già da 11 anni a questa parte. Come tutte le arti marziali, la trovo una disciplina molto affine all’immersione in apnea. Lo pratico soprattutto nei periodi in cui vado di meno a pescare, diciamo nei mesi tra ottobre e maggio. Integra ottimamente la preparazione atletica e psicofisica per il mare. E mi consente di divertirmi e allenarmi nonostante le quasi 50 primavere, spesso con avversari anche molto più giovani di me. Il rapporto con le nuove leve poi è bellissimo. Sai che l’istruttore mi ha chiesto di coadiuvarlo coi ragazzi che fanno agonismo, integrando le sue lezioni con mie sedute di educazione alla respirazione?».

Nella tua classifica personale come si piazzano la tv, il giornale, il cinema, la musica, i libri? O c’è altro che li superi tutti? «Al primo posto i libri senza i quali mi sentirei molto più povero. Lì riesco a sollecitare la mia fantasia volando in stupende avventure, altre volte mi ingegno a scoprire l’epilogo già dalle prime pagine, altre volte ancora mi stupisco di quanto ci sia da imparare. Ogni sera anche se è tardissimo devo leggere almeno qualche pagina. Spesso mi capita di leggere tre libri contemporaneamente. Il cinema lo seguo saltuariamente solo quando c’è qualcosa che davvero “mi acchiappa”. In Tv seguo solo lo sport mentre non leggo proprio i giornali e nemmeno i telegiornali … li trovo odiosi e tendenziosi.»

Da spettatore, cosa segui più volentieri di sport? «Pallavolo e calcio, anche se in realtà tutto lo sport mi piace. E pur preferendo comunque praticarlo che guardarlo. Ma quando c’è l’esaltazione dello sport riesco ancora ad emozionarmi già solo guardando»

Dove va il pescatore in apnea, oggi? Che destino prevedi per la nostra attività? «Sono convinto che ci sarà un gran futuro, ma solo a patto che si scopra in noi una capacità altrettanto grande di adattamento ai cambiamenti che stanno per arrivare, che credo saranno tanti e profondi. Chi viene domani, in generale, sarà più fortunato sulle opportunità, ma dovrà essere più capace di coglierle …»

Discesa in apnea e volo: ci trovi affinità? E hai esperienze di volo o vorresti farne? «Caratterialmente, è una cosa che mi attrae parecchio e di affinità ce ne vedo eccome … anche se non ho esperienze all’attivo. Perciò non è detto che non provi. Mio figlio – che effettua lanci da tempo – sta cercando di coinvolgermi. Mi attira sempre molto ogni nuovo modo di vivere certe sensazioni, come quando tornando all’acqua di mare dopo l’incidente ho scoperto un intero modo tutto nuovo di “sentire” la discesa in apnea … la “planata” – per l’appunto – nel profondo … o il primo respiro che riprendi quando emergi, un gesto semplice che non consideriamo ma che nell’apnea si esalta! Quella semplice aria e quel banale respiro tornano ad essere vitali, come fossero i primi. Poi la capacità di volare verso il basso e subito dopo verso l’alto nell’arco di un’apnea è una sensazione sublime.»

L’animale – vero o di fantasia – che avresti voluto essere?  «Sono sempre stato equamente attratto dall’idea di un cavallo e da quella di un’aquila … mi sento combattuto a dover fare una scelta tra i due … direi che un cavallo alato sarebbe perfetto!»

Ecco il volo che riemerge … Ma se non alla pesca in apnea, a che altro avresti potuto dedicare la tua esistenza? Che farai nella prossima vita? «In tutte le mie cose più importanti, se e quando m’innamoro, lo faccio sul serio, totalmente, sempre. Dunque non escludo che la prossima vita possa dedicarla a qualcos’altro, scoprendo qualcosa che mi coinvolga altrettanto. Ma non so dirti ora di cosa potrebbe trattarsi. Mi sento del tutto imprevedibile, in questo … potrebbe essere qualsiasi cosa. Bisognerà vedere!»

Sappiamo che hai già un figlio di 22 anni e che proprio mentre usciamo con questo numero di PescareApnea sei nuovamente diventato papà, stavolta di una splendida bimba … il domandone è inevitabile: cosa provi di diverso oggi, a distanza di così tanto tempo dalla volta precedente? «La prima frase che mi viene spontanea è quella che “posso innamorarmi follemente ancora una volta!” Cosa c’è di più bello dell’innamorarsi? A livello pratico la differenza sostanziale è che desideravo una femmina dato che ho un maschio di cui sono orgoglioso e che rappresenta la mia continuità. Volevo provare la differenza e sono stato fortunato. In più affrontare la paternità da molto giovane come ho fatto in passato è sicuramente un’altra storia in confronto a oggi.»

Per salutarci, una cosa che non hai ancora mai detto o scritto a nessuno? In esclusiva per PescareApnea? «Mah, è davvero arduo … Però, pensandoci meglio, una c’è e, anche se non sono solito raccontare queste cose, m’è rimasta impressa e con te la condivido volentieri: proprio qualche giorno fa ho ricevuto un’e-mail in cui un ragazzo di 18 anni mi confida – con grande forza d’animo – di volermi ringraziare perché seguendo me, le mie iniziative, guardando i miei video, ecc, s’è talmente appassionato alla pesca in apnea che ha smesso di drogarsi. Letteralmente, mi ha scritto che “ora la pesca in apnea è diventata la sua droga”. Ecco, già la sola idea che possa capitare una cosa così, mi ha molto colpito. E credo che, se anche si trattasse di un solo caso del genere, per me varrebbe in sé tutto quanto.»

PUBBLICATO SU PESCARE APNEA AGOSTO 2010

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