Era un bel settembre del 1983, iniziavo a fare le mie prime scoperte di un certo rilievo.
Anche se avevo iniziato da poco ad andare sott'acqua, avevo già acquisito esperienza e capacità e il momento era favorevole per iniziare a sviluppare il mio istinto di cacciatore subacqueo.
Quella cernia viveva vicino alla base di una secca all'Argentario, su un fondale di circa 22 metri. Entrava da una spacca verticale larga 1 metro e si nascondeva in una seconda fenditura laterale.
Questa secca l'avevo scoperta da poco ed all'epoca, non era molto conosciuta. Ci vivevano anche qualche sarago e corvina che, comunque, dimostravano una certa diffidenza. 
 

 
 

La prima volta che vi capitai era una giornata di acqua limpida e, mentre pinneggiavo sulle alghe alla ricerca di qualche zona rocciosa più isolata, vidi da lontano una specie di ombra sul fondo: era il fondale che risaliva, con la formazione rocciosa della secca. Appena riuscito a capire di cosa si trattava,avevo già il batticuore per l'emozione. I primi tuffi furono solo di esplorazione e mi godevo la bellezza del fondale nuovo che, anche se simile a molti altri, aveva il fascino della sorpresa.

 
 


Due massoni  appoggiati alla base della secca, con varie fenditure laterali, furono i primi ad essere scelti. Mentre mi avvicinavo, vidi alcune corvine nascondersi proprio sotto uno di quei massi e, dopo averlo esplorato, capii subito che non sarebbe stato facile catturare qualcosa, in quanto erano aperture comunicanti tra loro ed il pesce sapeva bene come comportarsi.
Allora pensai di lasciar tranquillizzare il punto e optai per la parte esterna della secca, dove avevo visto da lontano una bella fenditura verticale. Iniziai la discesa con tranquillità e dopo alcuni metri, lasciai che la spinta negativa mi portasse senza fatica sulla verticale della spacca prescelta.
Mentre mi avvicinavo, notai  alcune castagnole curiose che entravano e uscivano dalla fenditura con movimenti frenetici, quasi a scatti; la situazione mi fece incuriosire e quindi mi avvicinai lentamente all'apertura prestando la massima attenzione.
Mi affacciai di lato molto lentamente e senza accendere la torcia, riuscii a vedere la coda di un grosso pesce che spariva dentro una fenditura secondaria. Il cuore tornò a battere forte e venne spontaneo risalire. In superficie mi misi a ragionare. Era evidente che si trattava di una cernia grossa, altro non poteva essere." E adesso cosa faccio?", mi domandai perplesso. Mi metteva timore ed apprensione entrare dentro per vedere meglio e poi l'idea del pescione che potevo catturare mi agitava ancora di più. Erano le prime esperienze di questo tipo e ne subivo le conseguenze, ma erano comunque bellissime. Dopo un'attenta riflessione decisi di scendere di nuovo allo stesso modo e provare ad entrare fino a metà corpo nella spacca, facendo attenzione a dove poteva nascondersi e come si muoveva la cernia. Ero anche curioso di poterla vedere meglio per capirne le dimensioni e godermi lo spettacolo.

 
 


La fenditura verticale all'interno si allargava e formava una vera e propria caverna, sulla sinistra dove spariva il pesce vi erano due spacche orizzontali, una a circa due metri di distanza e alla stessa altezza dell'ingresso principale,  l'altra  un metro più in alto ed un metro più distante dalla precedente.
Ero armato di fucile lungo uno sten 100, per l'esattezza.

A quei tempi non esistevano ancora arbaletes degni di nota e in Italia l'oleopneumatico la faceva da padrone. Tentai più volte di sorprenderla prima che entrasse, ma l' esito si confermò negativo.
 
 

Ci tornai ancora per due giorni a distanza di una settimana ma capii che era veramente difficile poterla sorprendere. Intanto avevo preso confidenza con l'apertura ed avevo fatto progressi, riuscivo ad entrare sempre più dentro senza problemi di sorta.
Ho sempre avuto la giusta paura e la buona dose di conoscenza dei miei limiti.
Migliorare e capire per gradi a piccoli passi è sempre stata la mia una delle mie principali caratteristiche. Mi sentivo quindi pronto ad entrare completamente dentro per andare finalmente a scrutare all'interno di quella spacca misteriosa dove entrava la cernia. Una volta dentro era facile girarsi e uscire di nuovo fuori, il problema era solo legato alla sospensione che avrei alzato, intorbidendo la tana ed impaurendo ulteriormente il pesce.
Avevo quindi una sola possibilità da giocarmi.
Dopo la solita operazione di avvicinamento,  riuscii finalmente ad affacciarmi alla spacca interna, accesi la torcia e seguendo la conformazione della tana, vidi ancora una volta  solo la coda della cernia che spariva lentamente sulla destra di questa apertura. Quando la caverna depositò la sospensione creata dal tuffo precedente, tornai di nuovo per provare a capire se quella tana comunicava con altre aperture. Riuscii a capire che con molta probabilità era comunicante all'altra spacca orizzontale, posta leggermente più in alto e a poca distanza. Mi allontanai per un'oretta circa cercando di pescare nei dintorni, lasciando quindi riposare la tana. Al ritorno avevo già un piano di battaglia. Scesi di nuovo, mi affacciai con molta cautela all'apertura verticale che formava l'ingresso della caverna. Come al solito vidi ancora la coda della cernia che spariva nella stessa spacca orizzontale più vicina. Entrai con decisione tutto dentro e invece di guardare dove era entrato il pesce, mi diressi subito verso la spacca più in alto che presumevo fosse comunicante con l'altra. Quando accesi la torcia mi trovai faccia a faccia con una cernia enorme.
Devo dire che mi dette la sensazione che la mia sorpresa non fu molto diversa da quella della cernia, infatti ci fu un attimo di pausa da entrambe le parti come se qualcuno avesse inserito un fermo immagine. In quella frazione di tempo, mi resi conto di cosa accadeva e che non avevo il fucile puntato in direzione del pesce. Anche la cernia si rese conto che era meglio nascondersi e difatti la vidi sfilare lentamente ancora di più all'interno della tana. Senza perdere tempo mi girai per uscire dalla grotta e raggiungere la superficie.Era l'ora di rientrare e capii che non avevo più possibilità per quella giornata, ma la mia testa iniziò ad elaborare fin da subito il piano di battaglia per la prossima uscita. Era divenuta una sfida emozionante e pensavo solo a quella cernia. Mi preoccupava anche l'idea di lavorarla dentro quella grotta, quindi decisi di tornarci in compagnia di un amico che mi facesse da assistente in caso positivo. Organizzai tutto nei dettagli e persino la sera precedente cercavo di visualizzare la scena, come dovevo entrare, dove avrei dovuto guardare e naturalmente con quale fucile. Questa volta dovevo essere più pronto ed avere le idee chiare. La giornata era splendida e l'acqua limpida faceva da cornice al panorama di cui l'Argentario non è affatto avaro. Il mare calmo completava la situazione ideale. Eravamo senza gommone e raggiungemmo la zona scendendo lungo un ripido stradello tortuoso che porta a mare.

 
 

Con me c'era Stefano Mazzi il mio compagno di pesca di quei tempi. In quei giorni gli avevo raccontato dell'esperienza fatta ed era anche lui ansioso di vivere l'avventura. Raggiungemmo la secca senza fermarci a guardare altri punti. Ero pronto a scendere, in mano avevo uno sten 90 armato di arpione a due alette ben robusto, nella sinistra la torcia con le pile nuove onde evitare problemi. Avevo già fatto alcuni tuffi per rompere il fiato e calmare l'emozione. Stefano era accanto a me con il compito di seguirmi visivamente e farmi assistenza in caso di bisogno.

 
 

Iniziai la discesa cercando di concentrarmi su quello che dovevo fare, una volta dentro alla grotta puntai diretto verso l'apertura più lontana, proprio dove avevo visto da vicino la cernia. Non esitai un attimo, fui deciso e rapido.
Appena vicino alla tana accesi la torcia tenendo ben saldo il fucile puntato verso la luce, avevo già visto più volte nei miei pensieri quella scena ed ero consapevole dell'emozione. La luce illuminò il centro della tana, la cernia era proprio come me la immaginavo, stessa posizione, stesso atteggiamento. Appena la luce la illuminò, iniziò subito a spostarsi. Il tiro fu istintivo e rapido e riuscii solo a capire che l'avevo colpita.
Senza perdere tempo cercai di incastrare il fucile nelle asperità rocciose per evitare che la cernia entrasse ancora più all'interno della tana. Una volta in superficie esultai di gioia e il cuore iniziò a battere forte. Aspettai una decina di minuti prima di scendere di nuovo, cercando di calmarmi e di lasciare depositare la sospensione all'interno della tana.
Scesi allora con un'altro fucile per assicurarmi la preda con un secondo colpo. Quando illuminai all'interno della spaccatura vidi con piacere che la cernia era sparata bene. Senza esitare sparai comunque il secondo colpo cercando di colpirla in un punto vitale. Dopo circa trenta minuti di estenuanti tentativi, riesco ad estrarla e appena in superficie cerco di avvertire Stefano dell’operazione riuscita.
Lo vedo galleggiare a cento metri di distanza con la faccia rivolta verso il cielo. Un elicottero sorvolava sopra di noi. Il mio primo pensiero fu quello di un incidente, pensai che Stefano per aiutarmi fosse sceso a mia insaputa e che, nella risalita, fosse andato in sincope.
Mentre pensavo,  nuotavo a tutta velocità verso di lui, il cuore  mi batteva come un tamburo, appena raggiunto lo afferrai violentemente con tutta la forza che avevo. La sua reazione fu istantanea, i suoi occhi spalancati oltre i limiti. "Cosa succede?", mi disse ancora tremando dalla paura. Scoppiai a ridere mentre anche lui realizzava che si era addormentato in superficie con la pancia verso il cielo e si era allontanato in corrente.
Era proprio unico nel suo genere.
Non potevo di certo biasimarlo: da quando eravamo in acqua non aveva ancora fatto un tuffo ed era da più di un'ora che mi seguiva. Però mi aveva fatto prendere un bello spavento.
Lui si sentiva in colpa perché, senza volerlo, mi aveva abbandonato in un momento così importante e delicato.
La gioia della cattura era scritta sul mio volto e lui lo capì subito. Feci scendere lui a recuperarla dal fondo e quando lo vidi risalire aveva ancora gli occhi dilatati.
"E' una bestia disumana", mi disse.
In superficie mi resi conto che era ancora più grossa di quanto pensavo, non avevo mai visto una cernia così grande. Rientrammo subito per goderci la cattura. Naturalmente non poteva mancare la foto di rito, dopo averla immortalata andammo a pesare la preda che era 16 chili e 400 grammi, lo ricordo ancora.
Era un bel settembre del 1983 ed ero già felice, in pochi mesi di attività avevo vissuto bellissime esperienze. Non pensavo  al futuro, ma per me la pesca subacquea era già diventata una ragione di vita.

Marco Bardi